Odio di classe e Governismo ingovernabile Di Nicola Bartolomeo
L'espressione 'odio di classe' ci fa venire in mente, di solito, altre parole: 'rabbia', 'risentimento', 'invidia'. Questo è dovuto probabilmente al fatto che abbiamo assunto il punto di vista delle cosiddette classi dirigenti. Nietzsche, un qualunque guru pseudofinanziario su internet, un viceministro o un piccolo proprietario di un piccolo pezzetto di terra che si incontra al bar sotto casa ci hanno abituato a pensare che chiunque tenti un'emancipazione sia un rabbioso, un risentito, un invidioso, appunto. Parte di questo stesso condizionamento è ritenere l' 'odio di classe' una sentimento provato solo dai dominati verso i dominanti. E' vero soprattutto il contrario, in realtà. Chi 'sta sopra' disprezza chi 'sta sotto'. Questa ostilità si manifesta in diversi modi: con la tortura (vedi l'aspetto pasoliniano del caso Epstein), l'uso smodato della forza pubblica (certi eccessi polizieschi vanno in questa direzione), la delegittimazione, anche ideologica, delle istanze del lavoro (Landini, che pure non è Rosa Luxemburg, è stato insultato più di ogni altro politico italiano negli ultimi anni). Esistono, poi, proposte politico-istituzionali, di revisione completa della democrazia, ad esempio, attraverso cui le classi dirigenti – sempre cosiddette – tentano di limitare o annullare le spinte popolari. E' il caso del rapporto “The Crisis of Democracy: Report on the Governability of Democracies to the Trilateral Commission” del 1975, i cui autori sono Michel Crozier (Francia), Samuel P. Huntington (USA) e Joji Watanuki (Giappone). La tesi è semplice: negli anni '60 e '70, le democrazie hanno concesso troppi diritti a seguito della diffusa partecipazione politica dei cittadini e delle cittadine. Le conseguenze sono state due: la richiesta eccessiva e crescente di diritti (sanità, educazione, lavoro) e la delegittimazione dell'autorità. Le soluzioni elaborate per ovviare a questi problemi (sic!) sono state molte, tra cui: riduzione della partecipazione politica, restrizione delle rivendicazioni popolari, rafforzamento dell'esecutivo, diminuzione dell'importanza dei parlamenti. Sembra l'agenda di un qualunque partito conservatore europeo del Novecento; in Italia, per la verità, in nome della governabilità, quasi tutti i partiti hanno fatto proposte di riforma in questo senso (compreso Occhetto, ultimo segretario del PCI, che promosse insieme, tra gli altri, a Pannella e a Martinazzoli la legge elettoriale maggioritaria). Craxi, D'Alema, Berlusconi, Renzi e ora Meloni sono portatori di istanze antidemocratiche in democrazia. Si tratta di essere “fascisti in democrazia”, come ha detto Almirante nel '49 durante il primo congresso del Movimento Sociale Italiano (partito che ha da sempre sostenuto, ad esempio, il rafforzamento dell'esecutivo). Esistono, cioè, gradi diversi di democraticità: non serve fare un golpe per essere meno democratici. Lo sapeva bene Licio Gelli che, intervistato, disse che quasi tutto il suo Piano di Rinascita Democratica era stato applicato dalla politica post anni '80; mancava solo la separazione delle carriere: ci stiamo arrivando Licio, don't worry.